Mani invisibili che salvano vite: una conversazione con Betty, ostetrica umanitaria nel Tanganyika, Repubblica Democratica del Congo

Tanganyika, Repubblica Democratica del Congo, 19 Agosto 2026. Nei contesti di crisi, le ostetriche umanitarie sono spesso tra le prime soccorritrici in prima linea, svolgendo un ruolo fondamentale nel salvare la vita di donne e neonati, percorrendo lunghe distanze per raggiungere luoghi remoti, sostenendo le sopravvissute alla violenza di genere e assistendo ai parti d’emergenza. […]

Data:

19 Agosto 2026

Tempo di Lettura:

5 min

La maternita’ di Hongwa, in Tanganyika, RDC costruita nell’ambito di un progetto della Cooperazione Italiana implementato da UNFPA. Crediti @UNFPA RDC

Tanganyika, Repubblica Democratica del Congo, 19 Agosto 2026.

Nei contesti di crisi, le ostetriche umanitarie sono spesso tra le prime soccorritrici in prima linea, svolgendo un ruolo fondamentale nel salvare la vita di donne e neonati, percorrendo lunghe distanze per raggiungere luoghi remoti, sostenendo le sopravvissute alla violenza di genere e assistendo ai parti d’emergenza. Eppure il loro ruolo è spesso sottovalutato e non adeguatamente riconosciuto.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Aiuto Umanitario, vogliamo mettere in luce — e rendere omaggio — al lavoro che le ostetriche umanitarie svolgono con dedizione nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), precisamente nella provincia di Tanganyika, dove l’UNFPA ha attuato un’iniziativa di emergenza per migliorare la salute sessuale e riproduttiva e la risposta alla violenza di genere, finanziata dalla Cooperazione italiana.

Nell’ambito del progetto, nel 2025 è stato inaugurato un nuovo reparto di maternità nel villaggio di Hongwa, portando nuova speranza a migliaia di donne sfollate che vivono nella zona. Da allora, la struttura è diventata un’ancora di salvezza: migliaia di donne hanno ricevuto assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva e servizi di sostegno contro la violenza di genere, sono state effettuate centinaia di visite prenatali e quasi 2.000 parti sono stati assistiti in sicurezza da personale qualificato.

Dietro questi numeri ci sono donne come Betty, un’ostetrica umanitaria di 56 anni che ha trascorso più di cinque anni lavorando nei centri di accoglienza in tutta la provincia.

Potresti presentarti?

Betty al lavoro nella maternita’ di Hongwa

Mi chiamo Betty. Sono un’ostetrica umanitaria qualificata proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo e negli ultimi cinque anni sono stata inviata in diversi campi di persone sfollate  — più recentemente a Kabimba e, prima ancora, a Hongwa, dove l’UNFPA ha costruito il reparto maternità.

Come si svolge una tua giornata lavorativa tipo?

Noi ostetriche svolgiamo il nostro lavoro in comunità vulnerabili, come i campi per sfollati. Il nostro pubblico di riferimento sono le donne in età fertile, in particolare le adolescenti, ma coinvolgiamo anche i loro mariti. Le istruiamo sulla pianificazione familiare e sull’assistenza prenatale: sensibilizziamo le donne incinte affinché inizino i controlli già nel primo trimestre. La cosa più importante è sensibilizzarle sui segnali di allarme, perché sono troppe le donne che non ne sono a conoscenza e arrivano nelle strutture sanitarie con troppo ritardo, il che porta a decessi materni. È lì che interveniamo noi. Ad esempio, organizziamo giornate di sensibilizzazione. Spieghiamo alle donne che non appena notano un segnale di allarme — sanguinamento, forte mal di testa — devono recarsi immediatamente al centro sanitario più vicino. Sensibilizziamo anche sulla pianificazione familiare, che spesso è vista come un tabù. E quando c’è un parto, forniamo assistenza. Se ci sono complicazioni, indirizziamo la donna a un centro di riferimento.

Quali sono le principali sfide che le donne incinte devono affrontare oggi, nel contesto in cui lavora?

Le sfide sono molte. C’è una mancanza di accesso a cure di qualità fornite da personale qualificato come le ostetriche. Attualmente in tutta la provincia sono impiegate solo circa 40 ostetriche. Eppure le ostetriche sono le professioniste più adatte a questo lavoro. Molti decessi materni avvengono a causa di emorragie post-parto, e le ostetriche sono formate proprio per questo. Le donne hanno inoltre difficoltà a raggiungere le strutture sanitarie, poiché mancano mezzi di trasporto e ambulanze, e le strade sono spesso impraticabili, ad esempio durante la stagione delle piogge. Tutto ciò contribuisce a un tasso molto elevato di mortalità materna e perinatale nella nostra regione.

Potresti raccontarci una storia che illustri l’impatto del tuo lavoro?

Sono stata assegnata a Toundoua, a circa 10 chilometri dal reparto maternità di Hongwa. Una notte, verso l’una del mattino, è arrivata una ragazza di 16 anni, al suo primo parto, in travaglio. Mentre la tenevo sotto osservazione, mi sono resa conto che aveva il bacino stretto e che non sarebbe stata in grado di partorire in sicurezza senza un taglio cesareo. Dato che lavoravo da sola e che l’intervento non poteva essere eseguito sul posto, l’ho trasferita d’urgenza al reparto di ostetricia. All’inizio la sua famiglia si è opposta, perché qui la gente spesso preferisce partorire a casa piuttosto che nelle strutture sanitarie. Ho parlato più volte con suo marito e i suoi parenti, spiegando loro i rischi e rassicurandoli riguardo al trasferimento. Alla fine, hanno acconsentito a trasferirla . Due giorni dopo, mi sono recata a Hongwa per un controllo e ho trovato la donna con il suo bambino — sorridente accanto al marito. In quel momento ero felice, perché avevamo salvato la madre e il suo bambino e riportato il sorriso sui volti di quella famiglia.

In che modo i conflitti e gli sfollamenti incidono sulle donne e sui neonati?

I conflitti hanno un impatto enorme, perché limitano ulteriormente l’accesso a cure di qualità, e molte donne finiscono per partorire in condizioni non sicure, a volte persino nella boscaglia mentre fuggono per salvarsi la vita. Ricordo che una volta, in una struttura, mi portarono un neonato di pochi giorni. Quando chiesi chi avesse assistito al parto, il padre mi spiegò che la nascita era avvenuta mentre erano sfollati. Mi ha raccontato di aver tagliato lui stesso il cordone ombelicale del bambino usando un pezzo di carta, poiché non avevano accesso né all’assistenza medica né ai materiali essenziali per il parto. Durante i conflitti si registra anche un aumento delle violenze sessuali e di genere, e le donne sono maggiormente esposte allo sfruttamento e alle molestie. Spesso le famiglie evitano i centri sanitari per paura o per mancanza di accesso, ricorrendo invece a rimedi tradizionali meno sicuri.

In che modo il progetto dell’UNFPA, sostenuto dalla Cooperazione Italiana, ha cambiato le cose?

Sono davvero grata per questo progetto. Ci ha permesso di costruire un reparto di maternità, e ora tutte le donne incinte con complicazioni vengono indirizzate lì, invece di dover percorrere fino a 70 km per ricevere cure sanitarie essenziali. Prendiamo ad esempio una rottura uterina: una donna in quelle condizioni morirebbe lungo il tragitto, a causa di emorragia e shock ipovolemico, e il bambino soffocherebbe. Ora quel rischio è notevolmente ridotto. Il reparto maternità dispone anche di una sala operatoria per garantire una gestione di alta qualità delle complicazioni, compresi i tagli cesarei. Il progetto ha inoltre sostenuto i servizi di salute riproduttiva in senso più ampio: donne e ragazze hanno ricevuto assistenza gratuita durante questo periodo, il che ha ridotto il tasso di mortalità materna nella comunità. La costruzione di questo reparto di maternità ha aiutato moltissimo la popolazione. I bisogni rimangono tuttavia urgenti: ecografi portatili affinché le ostetriche possano monitorare le donne incinte nella comunità, centri di accoglienza prenatale per le gravidanze ad alto rischio e — soprattutto — più ostetriche, poiché ogni ostetrica in più rappresenta un’opportunità per salvare vite umane.

Considerando tutto ciò che devi affrontare, cosa ti dà speranza e motivazione per continuare a svolgere questo lavoro?

La mia speranza è che ogni donna incinta partorisca in condizioni di sicurezza, affidandosi a mani esperte. La mia motivazione è che amo questo lavoro: e’ una professione che salva vite, sia per le madri che per i neonati. Spesso una donna arriva spaventata o in preda all’angoscia; aiutarla a superare il momento e vederla andarsene con un bambino sano e un sorriso mi ricorda perché tutto questo è importante. Sapere di poter fare la differenza è ciò che mi spinge ad andare avanti. È un privilegio servire la mia comunità e continuerò a svolgere questo lavoro finché potrò.

 

Un gruppo di donne festeggia l’inaugurazione del reparto maternità di Hongwa a Tanganyika, nella Repubblica Democratica del Congo @UNFPA DRC

Ultimo Aggiornamento: 19/08/2026, 13:20